Disponibilità

Lunedì - Venerdì | 8.30 - 19.00

347.2505950

Contattami in via telefonica

Contattami!

Clicca qui per contattarmi via mail

OBBLIGAZIONI….ULTIMA CHIAMATA?

Dopo ben dieci rialzi consecutivi, la BCE ha lasciato invariati i tassi al 4,50%, seguendo di fatto quanto già accaduto in America da parte della FED. Per molti analisti potrebbe essere la fine di un ciclo di rialzi che, in pochissimo tempo, ha stravolto lo scenario economico. Pur non potendo escludere ulteriori futuri rialzi una cosa è certa: se non siamo al picco poco ci manca.

L’inflazione, specie in alcuni Paesi, rallenta; la crescita economica pure, visti i tassi a cui devono indebitarsi le aziende, stessa cosa per la domanda dei mutui in contrazione del 30%. Scenari geopolitici complicati incombono sulla vita delle persone. Solo nuvole all’orizzonte quindi? Forse no.

Come già anticipato, l’asset obbligazionario offre opportunità estremamente interessanti alle quali era anni a cui non eravamo abituati. La curva dei tassi segnala rendimenti accattivanti su tutte le durate. A partire da scadenze molto brevi, 6 mesi, fino al decennale, si vedono tassi che erano un miraggio fino a pochi semestri fa. I governativi offrono rendimenti annui lordi dal 3 al 6% circa. Anche oltre i corporate, fino a superare il 7% annuo lordo.

Se da un lato è bene non cedere al pessimismo e allo sconforto per gli ultimi tre anni certamente difficoltosi, dall’altro è bene non buttarsi a capofitto alla ricerca miope del rendimento più elevato. Occorre definire con precisione i personali obiettivi finanziari, la propria attuale situazione di portafoglio e selezionare dunque le opportunità più coerenti ai propri bisogni.

Farlo non è facile, essere lucidi in questi periodi è molto difficile. L’emotività potrebbe prendere il sopravvento, spingendoci a fare passi falsi sia nella liquidazione di alcuni asset, sia nell’acquisto di altri. Dunque la parola d’ordine è selettività e coerenza, non soltanto con i propri obiettivi finanziari o con il proprio profilo di rischio ma anche con il proprio orizzonte temporale.

Occorre, se i nostri obiettivi personali lo consentono, mantenere lo sguardo alto, oltre il brevissimo termine perché ancora una volta Pianificare è meglio che Curare.

Per una consulenza personalizzata, clicca qui

ARMONIZZAZIONE dei REDDITI… QUALI VANTAGGI FISCALI PER GLI INVESTITORI?

Il 14 agosto è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge delega per la riforma fiscale.

Il provvedimento n. 111 del 2023, è quindi entrato ufficialmente in vigore il 29 agosto.

Ma perché tale provvedimento è così importante per il mondo degli investimenti finanziari e per quello della consulenza? Proviamo a spiegarlo in maniera semplice.

Più precisamente l’articolo 5 lettera d) pone le basi per una maggiore armonizzazione della disciplina, prevedendo un’unica categoria di redditi di natura finanziaria: andando quindi oltre l’attuale differenziazione tra redditi di capitale e redditi diversi.

Semplificando un po’ per capirci, attualmente la normativa non consente di compensare le perdite derivanti da redditi diversi con le plusvalenze da redditi di capitale.

In altre parole è come se tra i due comparti ci fosse un muro invalicabile, che ne limita il dialogo dal punto di vista fiscale.

Attualmente un investitore potrebbe trovarsi a pagare tasse su utili derivanti da redditi di capitale anche se nel proprio zainetto fiscale sono presenti delle perdite riconducibili a redditi diversi.

Il provvedimento, continuando con la metafora, è come se abbattesse questo muro, consentendo quindi un dialogo fiscale tra i due comparti.

In ultima istanza l’investitore avrebbe maggiori possibilità di risparmiare tasse, compensando le perdite ahimè realizzate, con una più ampia pluralità di strumenti.

Ad oggi tuttavia l’utilizzo del condizionale è d’obbligo, in quanto la politica avrà tempo 24 mesi per l’emanazione di uno (o più) decreti legislativi, fondamentali per rendere concretamente applicabile la compensazione e quindi fornire preziosi dettagli ad oggi non ancora disponibili.

Se questo come auspichiamo avverrà, non solo il legislatore contribuirà a semplificare una normativa non sempre così chiara ed intuibile per i risparmiatori, ma consentirà alla “buona” consulenza finanziaria di avere maggiori frecce al proprio arco per assicurare agli investitori una efficace ottimizzazione fiscale, aspetto a volte trascurato nella pianificazione finanziaria.

In linea generale la normativa potrebbe favorire non soltanto l’utilizzo di risparmio gestito, svantaggiato dall’attuale disciplina, ma anche e soprattutto strumenti più semplici, come le obbligazioni. Potrebbe infine diminuire lo stimolo alla creazione di “contenitori” di investimento che, se da un lato garantivano una maggiore ottimizzazione fiscale, in molti casi si prestavano anche a maggiori costi occulti ed una minore trasparenza.

Il primo, importante, passo è stato fatto… adesso occorrerà attendere i prossimi.

L’AUMENTO DEI TASSI…E L’OPPORTUNITA’ CHIAMATA “OBBLIGAZIONI”

Con l’ennesimo aumento di ieri la FED porta i tassi americani in un corridoio tra il 5,25% ed il 5,50%. E non è poca cosa. Basti pensare che si è trattato dell’undicesimo rialzo che pone i tassi ai massimi da 22 anni, facendo registrare il ciclo di rialzi più aggressivo da ben 40 anni.

Pare tuttavia che la salita non sia ancora terminata, la banca centrale americana ha infatti anticipato un ulteriore e probabile aumento dopo l’estate.

Anche sul fronte europeo l’atteggiamento della BCE non sembra essere molto diverso. L’aumento di oggi ha portato i tassi al 4,25% facendo registrare il nono aumento consecutivo da luglio 2022 quando iniziò il ciclo di rialzi, indicativamente 4 mesi dopo la FED.

Tralasciando per un momento le cause e le ben note conseguenze sui rischi di un rallentamento dell’economia reale, di un aumento del costo del debito sia privato che pubblico ed un credit crunch che comincia ad affacciarsi nel mercato bancario, concentriamoci su quella che, a ben vedere, potrebbe rivelarsi un’opportunità.

E’ dunque probabile che il ciclo di rialzi non sia terminato ma è anche evidente come ormai l’azione delle banche centrali si sia già abbondantemente scaricata sul mercato, questo genera evidentemente delle opportunità sul mercato obbligazionario.

I risparmiatori hanno ora un’ulteriore possibilità di investimento che pareva assopita fino al qualche semestre fa.

Ci sono opportunità sia sulla parte breve della curva dei tassi, sia sulla parte lunga. I rendimenti dei titoli di stato italiani a 6 mesi offrono ritorni in area 3,30% annuo lordo, mentre il decennale si ferma a poco più del 4,00% annuo. Non mancano neppure occasioni nel mondo dei corporate.

Certamente ritorni interessanti che non si vedevano da molto tempo e che potrebbero beneficiare ulteriormente in caso di un rallentamento della crescita dei tassi o addirittura di una diminuzione nei prossimi anni, quando le banche centrali potrebbero rallentare, vuoi per un reale rientro dell’inflazione o semplicemente per un eccessivo affaticamento dell’economia reale.

Quindi un’opportunità in cui tuffarsi a capofitto? Molti investitori sono infatti assetati di rendimenti dopo un 2022 difficile e dopo un periodo di astinenza durato quasi un decennio.

Più che un’abbuffata bulimica suggerisco di cogliere la situazione attuale come una freccia in più a disposizione del proprio arco: occorre essere estremamente selettivi e coordinare ogni singolo acquisto in una pianificazione finanziaria strategica che non tenga solo in considerazione il proprio profilo di rischio, ma anche specifici obiettivi finanziari strettamente legati al proprio ciclo di vita.

Ancora una volta dunque“Pianificare è meglio che curare”.

PERCHE’ E’ FALLITA LA SVB, AUMENTO DEI TASSI E COSA C’E’ DA IMPARARE…IN PAROLE SEMPLICI

Ormai è sulla bocca di tutti: il fallimento della SVB spaventa mercati ed investitori.

Ma come comprendere in parole semplici le cause che hanno portato al fallimento e come governarne i rischi connessi?

La SVB era una banca specializzata nella clientela delle start up, ovvero le aziende di nuova costituzione, con particolare focus sulla tecnologia. Non a caso la banca portava il nome del distretto più conosciuto al mondo, la Silicon Valley appunto.

Torniamo alle cause del dissesto: le start up tecnologiche, come abbiamo visto principali clienti della banca, hanno negli anni scorsi visto un momento di splendore, anche in concomitanza della crisi pandemica. Questo ha portato a generare molta liquidità che è stata depositata nella SVB.

Con l’aumento violento e repentino dei tassi di interesse iniziato nel 2022 e che ancor oggi in corso, molte di queste aziende hanno dovuto mettere mano alla liquidità prima accumulata.

Quindi hanno attinto dai propri depositi. La Banca tuttavia aveva investito queste somme in titoli di stato statunitensi di lunga durata, alla ricerca di rendimenti più alti in un momento ricordo, in cui i tassi erano ai minimi storici.

Necessitando di liquidità la banca ha dovuto vendere tali titoli, che tuttavia scontavano una diminuzione importante di prezzo proprio a causa dell’aumento dei tassi iniziato nel 2022.

Da qui le prime tensioni che poi, come in una spirale dantesca, hanno portato a instillare tra i clienti dubbi sulla solidità della banca e quindi ad una vera e propria corsa agli sportelli, che non ha fatto altro che amplificare il problema di partenza.

Certamente non un fatto positivo dopo anni di difficoltà tra pandemia, guerra, crisi delle materie prime, inflazione e aumento dei tassi.

Dai dati ad oggi disponibili tuttavia, pare eccessivo paragonare questo fallimento a quello della Lehman Brothers che certamente tutti ricorderete. Le connessioni con le altre banche sembrano essere sostanzialmente diverse e il core business della SVB molto concentrato su una clientela specifica come precedentemente visto.

In conclusione questa brutta storia a ben vedere non è altro che l’ennesima conseguenza di un aumento dei tassi che, nella speranza di arginare spinte inflazionistiche, ha portato ad aumenti dei mutui per le famiglie, una aumento dei costi per le aziende, un deprezzamento dei titoli obbligazionari, specie di lunga durata, eventualmente presenti nei portafogli dei risparmiatori.

Che cosa possiamo imparare da questa lezione:

che anche gli asset apparentemente più sicuri come i titoli di stato nascondono rischi,

che anche le polizze assicurative baluardo di protezione del capitale debbono correttamente essere pianificate all’interno di un portafoglio diversificato

e che dobbiamo essere continuamente pronti a monitorare il rischio del nostro portafoglio in quanto il mondo è estremamente più connesso ed i mutamenti sempre più repentini.

DIVIETO DI COMMISSIONI, FEE ONLY E CONSULENZA A PARCELLA… SAI QUANTO STAI SPENDENDO OGGI?

In queste settimane, le affermazioni di Mairead McGuinness, commissaria Ue per i servizi finanziari, in merito alla possibilità di vietare gli incentivi o commissioni che le banche pagano ai consulenti finanziari per la vendita dei loro prodotti, hanno creato non poche discussioni tra gli addetti ai lavori.

Tra le varie opinioni in merito ci sono quelle di chi sostiene che questi costi siano garanzia di un servizio di consulenza di qualità anche per i clienti con portafogli meno ingenti. Dall’altra parte c’è chi sostiene che proprio tali retrocessioni siano alla base di un conflitto di interesse che affligge il nostro sistema.

Da precisare che tali incentivi siano già stati vietati nei Paesi Bassi e in Gran Bretagna.

A prescindere dagli aspetti più tecnici e legati alla normativa, quotidianamente mi imbatto in investitori che non hanno la più pallida idea di quali siano i costi che sostengono relativamente ai propri investimenti.

Indipendentemente da come la si pensi, questo è un problema; ancor prima di entrare nel merito se questi costi siano tanti o pochi, di come impattino sui rendimenti ed eventualmente anche sui profili di rischio dei portafogli o ancora se siano più o meno espliciti trovo doveroso che il risparmiatore acquisisca una piena consapevolezza in merito a tali costi.

Il tema non è tanto chiedersi se i clienti siano disposti a pagare una consulenza esplicita, quanto piuttosto se sappiano che già oggi stanno sostenendo dei costi e probabilmente non sanno nemmeno quantificarli.

Solo smarcato questo punto il cliente potrà affrontare in modo consapevole una scelta tra diversi modelli di business, siano questi basati su retrocessioni implicite, siano questi basati su una consulenza Fee Only (solo a parcella).

E tu, sai esattamente quanto stai spendendo?

Se desideri approfondire il tema non temere a contattarmi, insieme effettueremo un Check Up gratuito del tuo portafoglio per comprenderne i reali costi, ma anche il profilo di rischio e la coerenza degli strumenti utilizzati  ai tuoi obiettivi finanziari!

OBBLIGAZIONI… NUOVAMENTE UN’OPPORTUNITA’?

Dopo ormai un decennio di politica monetaria ultra espansiva che ha portato a un’era a tassi zero, se non negativi, oggi la situazione risulta profondamente mutata.

Prima il Covid, poi la guerra, l’inflazione e l’aumento dei tassi di interesse hanno sovvertito lo scenario e lo hanno fatto piuttosto velocemente.

Dunque per gli investitori solo difficoltà, rendimenti al ribasso, preoccupazioni e disorientamento? Fortunatamente no.

Come succede ogni volta, le crisi portano con se anche opportunità e se fino ad un anno fa i rendimenti dei bond erano pressochè nulli, oggi invece ci confrontiamo con il decennale italiano che ha toccato il 4,80% annuo lordo.

Le obbligazioni sono dunque tornate senza dubbio essere un asset interessante per una robusta diversificazione di portafoglio. Asset che solo fino ad un anno fa mostrava più rischi che valore.

Occorre tuttavia essere, come sempre, estremamente prudenti.

Da un lato i tassi potrebbero continuare ad aumentare; le Banche centrali hanno infatti a loro modo dichiarato guerra all’inflazione, deprimendo dunque ulteriormente i prezzi specie su duration elevate.

Dall’atro lato se l’inflazione media restasse a lungo su livelli elevati ridurrebbe significativamente il rendimento reale dei titoli obbligazionari stessi.

Che fare allora? Le parole chiave in questo momento sono due: “selettività” e “progressività”.

Selettività nel scegliere bond che non solo per emittente ma anche per duration siano coerenti con il profilo di rischio di ciascun investitore ma anche con l’orizzonte temporale degli obiettivi di investimento stessi.

Progressività perché diversificare il timing di acquisto smorzerebbe in parte il rischio di ulteriori perdite di prezzo in caso, probabile, di aumento ulteriore dei tassi di interesse da parte delle banche centrali.

In conclusione le obbligazioni stanno tornando, ma ancora una volta una attenta pianificazione finanziaria personalizzata risulta il metodo più adatto per sbagliare il meno possibile.

INFLAZIONE… AUMENTO TASSI e MERCATI

Ormai tutti ce ne siamo accorti… l’inflazione è tornata e per molti è una vara novità in quanto occorre risalire agli anni 80 per osservare valori simili.

Ma facciamo un passo indietro. Che cosa è l’inflazione? L’inflazione è banalmente l’aumento dei prezzi. Come conseguenza porta con sé l’erosione dei risparmi e della capacità di acquisto del denaro, in altre parole nel futuro i nostri soldi varranno in termini reali meno poiché con lo stesso importo comprerò meno beni o servizi.

Le Banche Centrali hanno dunque cercato di correre ai ripari, utilizzando la “cura” da sempre applicata in questi casi: l’aumento dei tassi di interesse.

Aumentare i tassi di interesse significa sostenere il “valore del denaro” che in effetti costa di più. La conseguenza è che il costo del mutuo per chi compra casa cresce, il costo del fido e dei finanziamenti per le aziende sale.

In altre parole si riduce la quantità di moneta in circolazione, con l’obiettivo finale di accrescere il “valore” del denaro e contrastare la spirale inflattiva.

Ma questa “ricetta” è sempre quella giusta?

Per cercare di rispondere a questa domanda occorre comprendere come l’aumento dei prezzi in questo preciso momento, specie in Europa, non sia tanto da ricondurre ad un eccesso di domanda, quanto a “colli di bottiglia” riconducibili all’offerta. Infatti l’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime si sta progressivamente propagando lungo tutta la catena produttiva e distributiva, fino al consumatore finale.

In altre parole non è che i beni ed i servizi siano aumentati di prezzo perché vi sia sul mercato una domanda spumeggiante spinta dall’ottimismo dei consumatori; i prezzi sono aumentati per lo più per la scarsità di offerta, la difficoltà a reperire materie prime e la crisi energetica.

Ma torniamo alla nostra domanda. Molte perplessità sono proprio legate al fatto che un aumento prolungato e consistente dei tassi di interesse andrebbe a deprimere ulteriormente la domanda di beni e servizi piuttosto che risolvere i colli di bottiglia presenti sul mercato.

Senza considerare che l’aumento dei costi finanziari e del personale per le aziende, già alle prese con gli aumenti delle materie prime proprio alla base della spirale inflazionistica, minerebbe ulteriormente la loro redditività e dunque la sostenibilità nel tempo.

I mercati temono questi fattori, le azioni sono sotto pressione perché almeno nel breve gli utili potrebbero risentirne e le obbligazioni a tasso fisso, come abbiamo visto in un precedente articolo, perdono di valore poiché i tassi salgono.

Quindi cosa fare? Lasciare i soldi sul conto corrente?

In questo difficile e complicato scenario, un approccio professionale, basato sulla pianificazione di lungo periodo finalizzata ai veri obiettivi, risulta strategico per la difesa dei patrimoni di famiglia! Inoltre ogni crisi porta con sé sempre delle nuove opportunità!

INVESTIMENTI ESG: MODA o CONVENGONO?

Sostenibile è bello, ma è anche conveniente?

Investimenti sostenibili se ne parla molto…ma convengono? Alcune analisi parrebbero suggerire di si.

Quali potrebbero essere le cause che stanno dietro a questa dinamica?

A ben vedere i fattori sono molti ma proviamo a distinguerli sostanzialmente in due gruppi.

Il primo lo potremmo definire quantitativo. E’ ormai un fatto che la sensibilità degli investitori rispetto alle tematiche ambientali sia andata ad aumentare. Lo si può osservare in molti settori della vita e di riflesso anche nelle scelte degli investitori, specie se appartenenti a fasce di popolazione più giovane, i così detti millennials.

In altre parole, come si è compreso che le nostre scelte in termini di consumi alimentari oltre ad impattare sulla nostra salute hanno anche forti conseguenze nel mondo produttivo anche le nostre scelte di risparmio impattano sulle strategie aziendali.

Ne consegue che una maggiore attenzione a queste dinamiche abbia canalizzato nel tempo sempre più flussi monetari verso gli strumenti sostenibili, supportandone la domanda e quindi il prezzo.

Possiamo anche rintracciare cause per così dire qualitative. Se è vero che gli investimenti ESG selezionano aziende con bassi impatti ambientali, sociali e scelte manageriali legate all’eticità, è anche vero che queste stesse aziende si dimostrano più resilienti rispetto alle altre.

In prima battuta risultano essere meno esposte a rischi ambientali o più in generale a situazioni emergenziali. In seconda battuta le aziende che hanno saputo fare adeguati investimenti per ammodernizzarsi sono certamente quelle che, oltre ad aver dimostrato di avere le risorse per poterlo fare, sono quelle che beneficiano più velocemente dei periodi di ripresa dopo una crisi proprio perché hanno innovato in un momento di difficoltà. In altre parole si sono rese più competitive grazie agli investimenti fatti. Tutto questo si traduce in maggiori utili  attesi rispetto a quelle realtà che non hanno saputo innovare o che magari non avevano le risorse per farlo in quanto già più deboli strutturalmente.

E’ facile intuire come le aziende che rispettino determinati criteri di sostenibilità vadano incontro a minori rischi potenziali legali e reputazionali, fattori questi estremamente critici in un mondo sempre più veloce e interconnesso.

Per questa ragione tali aziende possono contare su una relazione di maggior fiducia non soltanto con i propri clienti ma anche con tutto l’indotto coinvolto.

Ancora è probabile che questo genere di realtà attraggano e soprattutto sappiano fidelizzare maggiormente i “propri” uomini, argomento che sempre più sta diventando di strategica importanza.

In conclusione oltre a beneficiare di una maggiore performance degli investimenti sostenibili il risparmiatore consapevole ha la possibilità di alimentare dal basso un circolo virtuoso ed essere coerente: non soltanto proteggendo un patrimonio famigliare ma anche tramandando un mondo migliore ai nostri figli.

Tutto bello quindi? Parrebbe, a patto che gli investimenti sostenibili lo siano veramente e che l’attenzione per questa categoria di investimenti non si traduca ad una mera moda commerciale che potrebbe portare con sé alcune storture… nel migliore dei casi.

Ma cosa dicono i numeri? L’immagine seguente che mette a confronto l’indice azionario mondiale (MSCI Word total return) con il suo omologo sostenibile (MSCI Word SRI Total return) dal 2007 ad oggi, testimonierebbe la tendenza che a ben vedere si sta accentuando con il passare del tempo.

INVESTIMENTI SOSTENIBILI, MA COSA SONO?

Sempre più spesso negli ultimi anni si parla di investimenti sostenibili e sempre più spesso siamo alle prese con acronimi di non facile comprensione.

Uno di questi è certamente il termine ESG. In buona sostanza la sigla ESG riassume gli impatti di un investimento su 3 dimensioni:

AMBIENTALE (Environmental),

SOCIALE (Social) e di

GOVERNO dell’impresa (Governance).

E’ dunque facile comprendere come il concetto ESG abbia un respiro certamente ampio. Infatti accanto alle valutazioni sugli impatti ambientali si affiancano anche quelle a carattere sociale, fino alle scelte del management aziendale più o meno oriento a criteri di eticità.

Ma in un mondo così complicato come quello attuale, come può l’investitore comprendere quanto un determinato investimento impatti su queste tre linee guida?

Esistono degli indicatori sintetici che ci aiutano a capire, o per lo meno orientarci, su questo complicato terreno?

La risposta è si e uno di questi è il Morningstar Sostenibility Rating.

Molti probabilmente conosceranno le “Stelline” attribuite da Morningstar agli strumenti finanziari, che, in un modo o nell’altro, ne misurano la qualità; questo indice misura invece la responsabilità sociale.

Il Sostenibility Rating attribuisce infatti un numero di “Globi” da uno ad un massimo di cinque, per classificare gli strumenti finanziari in base alla loro sostenibilità.

Fonte Morningstar

Più uno strumento finanziario ottiene una migliore valutazione, più gli verrà attribuito un numero di globi e meno le società, in cui il fondo investe, risulteranno esposte ai rischi di impatti negativi ambientali, sociali ma anche legati alle scelte del management.

Nel prossimo articolo proveremo a capire se anche in termini di maggio rendimento questi investimenti risultano vincenti…

Stay tuned