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FIDO DI CASSA: MANEGGIARE CON CURA

Cos’è e come funziona
Il fido di cassa, o apertura di credito in conto corrente (APC), è senza dubbio la forma di finanziamento più semplice e conosciuta tra le imprese.
Ma siamo davvero certi di comprenderne a fondo le caratteristiche, e quindi di sfruttarne al meglio le opportunità?
In concreto, il fido di cassa è una linea di credito sempre disponibile, che consente all’azienda di disporre di liquidità immediata quando serve. È uno strumento estremamente flessibile: si può utilizzare in qualunque momento, senza preavviso e senza una finalità.
A differenza delle linee di smobilizzo crediti, che richiedono la presentazione di fatture o documenti per anticiparne l’incasso, il fido di cassa è sempre pronto all’uso.
Un altro vantaggio è che gli interessi si pagano solo sui giorni di effettivo utilizzo: appena entra un incasso, il debito si riduce automaticamente e la disponibilità si ripristina.

I vantaggi della flessibilità
Per molte imprese, il fido di cassa rappresenta un vero ammortizzatore di liquidità.
Può servire, ad esempio, per coprire i periodi di disallineamento tra entrate e uscite, mantenendo regolarità nei pagamenti e stabilità nei rapporti con fornitori, clienti e collaboratori.
Usato bene, è uno strumento prezioso per dare respiro all’operatività quotidiana senza ricorrere ogni volta a nuovi finanziamenti.

I costi
La comodità, però, ha un prezzo.
Il fido di cassa è infatti una delle linee di credito più costose, con tassi d’interesse generalmente più elevati rispetto ad altre forme di finanziamento.
A questo si aggiungono commissioni fisse, come la commissione di messa a disposizione fondi: un costo che si paga anche se non si utilizza il fido, per il solo fatto di averlo a disposizione.
Sottovalutare questi oneri può rendere il fido uno strumento oneroso, soprattutto se diventa una fonte di finanziamento abituale invece che temporanea.

Gli errori da evitare
Uno degli errori più comuni è usare il fido di cassa per finanziare investimenti durevoli, come l’acquisto di macchinari o mezzi aziendali.
In questi casi è più corretto ricorrere a finanziamenti a medio-lungo termine, con un piano di rientro chiaro e sostenibile.
Il rischio, altrimenti, è trasformare il fido in un debito cronico: un utilizzo continuativo che riduce la capacità di manovra e aumenta l’esposizione e la dipendenza… verso la banca.
L’istituto di credito può modificare il tasso debitorio con una variazione unilaterale aumentando dunque gli oneri finanziari per l’azienda.
Va inoltre ricordato che il fido di cassa è “a revoca”: la banca può chiederne il rientro, anche con breve preavviso, per esempio in caso di peggioramento del merito creditizio dell’azienda.
Ciò significa che proprio nel momento di maggiore bisogno – ad esempio, se i pagamenti dei clienti rallentano o il fatturato scende – la banca potrebbe ridurre la linea o revocarla del tutto.

Pianificare è meglio che Curare
Il fido di cassa è come un ombrello: utile quando piove, ma da riporre quando torna il sereno.
Per questo è fondamentale pianificare l’importo e l’utilizzo del fido, coordinandolo con le altre fonti di finanziamento.
Rinegoziare mutui o prestiti di medio periodo, senza partire proprio dalla gestione del breve, può essere una mossa ingenua che espone l’azienda a rischi finanziari potenzialmente letali.
Occorre dunque pianificare al meglio quando le cose vanno bene, quando tempi e potere contrattuale sono dalla parte dell’azienda per accedere alle migliori condizioni sul mercato.

Oggi la vera forza non risiede meramente nell’ottenere credito, ma nel saperlo gestire con lucidità e visione.

BIAS COGNITIVI: nemici invisibili delle scelte patrimoniali e aziendali!

Siamo convinti di essere razionali, soprattutto quando si tratta di scelte importanti: proteggere il patrimonio familiare, guidare un’azienda, pianificare il futuro.
La realtà, però, è ben diversa. Nella vita quotidiana le nostre decisioni sono condizionate dalle emozioni, in modo spesso subdolo e inconsapevole. È così che finiamo vittime di scorciatoie mentali e pregiudizi che ci allontanano da scelte realmente lucide.

Queste distorsioni sono i bias cognitivi: veri e propri “cortocircuiti” del pensiero che influenzano chiunque.

Uno dei più noti è l’effetto Dunning-Kruger, individuato dagli psicologi David Dunning e Justin Kruger nel 1999. Le loro ricerche hanno mostrato come chi ha scarse competenze in un settore tende a sopravvalutarsi, mentre chi è più esperto finisce per sottostimarsi. Il risultato? I meno preparati prendono decisioni rischiose senza rendersene conto e rifiutando un aiuto, mentre i più competenti, consapevoli delle complessità, approfondiscono e si confrontano, crescendo ancora di più.
Un paradosso antico, che Socrate sintetizzava così: «È sapiente solo chi sa di non sapere».

Ma il Dunning-Kruger non è l’unico. Il bias della conferma ci porta a valorizzare solo le informazioni che sostengono le nostre convinzioni, ignorando quelle contrarie. L’effetto gregge, invece, ci spinge a seguire ciò che fanno gli altri, per sentirci al sicuro: dinamica che nei mercati finanziari ha generato bolle speculative e, in azienda, la ripetizione di errori “perché lo fanno tutti”.

La lezione è chiara: molto spesso non decidiamo in base alla logica, ma lasciandoci guidare da illusioni mentali ed emozioni. Un approccio che può compromettere tanto un patrimonio familiare quanto la direzione dell’impresa.

Ecco perché il “fai da te” rischia di essere un boomerang. Creare una rete di competenze, confrontarsi con professionisti ed esperti, condividere scelte e strategie: questa è la strada per ridurre l’impatto dei bias e generare valore.

Un patrimonio o un’azienda si costruiscono in generazioni, ma possono essere compromessi in un attimo da decisioni viziate dai nostri stessi pregiudizi. Riconoscere i bias non è debolezza: è il primo passo per difendere e far crescere ciò che conta davvero.

Cambio, dazi e tassi: l’altra variabile che può ribaltare i conti!

Certe volte, l’elemento che fa la differenza non è quello che stiamo fissando da giorni, ma quello che ci sfugge dalla coda dell’occhio. In economia, il cambio valutario è proprio questo: una forza silenziosa, spesso sottovalutata, ma in grado di cambiare tutto.

Negli ultimi mesi, i dazi commerciali sono tornati protagonisti della scena economica globale. Ne abbiamo già parlato in passato, ma le trattative in corso, i nuovi equilibri e le tensioni internazionali li tengono ancora sotto i riflettori.
Sul fronte dei tassi d’interesse, almeno in Europa, la traiettoria è piuttosto definita: la BCE ha già abbassato i tassi in modo significativo. Salvo qualche ritocco, gran parte della discesa sembra ormai compiuta. Diversa la postura americana: la Federal Reserve procede con cautela, mantenendo un’impostazione più conservativa.

Ma al di là di dazi e tassi, c’è una terza variabile che merita la massima attenzione da parte di imprenditori e investitori: il cambio euro-dollaro.

Ogni rafforzamento dell’euro equivale, di fatto, a un dazio implicito per le aziende esportatrici europee, che si somma a quelli ufficiali. Al contrario, la svalutazione del dollaro agisce da ammortizzatore per l’export statunitense. È facile capire, allora, come le fluttuazioni valutarie influenzino i margini aziendali e possano incidere – anche pesantemente – sui rendimenti di un portafoglio investito in dollari.

Un esempio aiuta a rendere l’idea. Tra gennaio e luglio, il cambio euro-dollaro è passato da 1,021 a 1,18 circa. In apparenza si tratta di una variazione contenuta, ma in realtà parliamo di oltre il 15% in poco più di sei mesi. Un movimento sufficiente a stravolgere i risultati di un’impresa esportatrice, o a neutralizzare del tutto i guadagni di un investimento effettuato in valuta americana.

Il cambio è notoriamente una delle variabili più volatili e imprevedibili. Tuttavia, non per questo va subito. Anzi, oggi più che mai occorre prenderne coscienza e integrarlo nella propria pianificazione, sia a livello aziendale che di gestione del patrimonio di famiglia.
Gli strumenti di copertura esistono, ma nel contesto attuale sono spesso costosi e talvolta inefficaci nel breve termine. In questo senso, il tempo resta il miglior alleato. Sul lungo periodo, infatti, la volatilità tende a ridursi e i valori si riavvicinano alle medie storiche, offrendo più stabilità.

Se sul piano aziendale non sempre è possibile intervenire rapidamente su mercati di sbocco, e provvista di valuta, sul fronte patrimoniale l’imprenditore ha invece maggiori margini d’azione. Una diversificazione consapevole, allineata al profilo di rischio e specie all’orizzonte temporale, consente di gestire in modo più efficace questa instabilità.

Il cambio è una variabile sottile ma potente. Ignorarla significa esporsi a rischi potenzialmente rilevanti. Ma come spesso accade, ciò che sembra una minaccia può diventare una leva. La differenza la fa chi sa leggerla con lucidità e agire con visione.

PASSAGGIO GENERAZIONALE: IL VERO TEST DI SOPRAVVIVENZA DELLE PMI

Il passaggio di controllo in azienda è un momento critico, nonostante se ne discuta ormai da anni. I numeri lo confermano: solo il 50% delle PMI supera il test della seconda generazione e appena il 10% arriva alla terza. Numeri che fanno riflettere.

In Italia, circa l’85% delle imprese è un Family Business, guidato da un membro della famiglia. E quando il vertice non è familiare, nel 66% dei casi il management è comunque legato alla famiglia, una percentuale molto più alta rispetto al 26% della Francia o al 10% del Regno Unito¹. Questo rende il tema della successione ancora più delicato.

Nonostante se ne parli molto, la pianificazione del passaggio di consegne è spesso un tabù. Il motivo? L’emotività: l’azienda di famiglia è molto più di un’attività economica, è un simbolo di identità e sacrificio. Eppure, rinviare per paura di “perdere il controllo” significa esporre l’impresa a rischi enormi.

Troppo spesso, infatti, l’imprenditore vive con diffidenza l’arrivo delle nuove generazioni, arrivando persino a costruire alibi come la presunta mancanza di preparazione o maturità dei giovani. Così, il tempo passa silenziosamente e si continuano a replicare vecchi schemi che, se hanno funzionato in passato, rischiano di non essere la chiave vincente per il futuro. Nelle realtà di maggior successo, paradossalmente, il rischio è ancora più alto: la forza e la personalità della guida attuale può indurre a posticipare il ricambio, rendendo la transizione più difficile e traumatica.

Come rompere questo circolo vizioso?

  • Iniziare per tempo: il passaggio generazionale non è solitamente un evento, ma un percorso che richiede anni di preparazione.
  • Favorire un dialogo intergenerazionale sincero, per capire ambizioni e inclinazioni dei potenziali successori, senza forzature né sensi di colpa.
  • Definire ruoli e responsabilità in modo chiaro, con percorsi di crescita graduali e realistici.
  • Non escludere figure esterne: in alcuni casi, potrebbe essere necessario guardare anche fuori dalla famiglia per individuare le figure più adatte a certi ruoli.

Farsi affiancare da professionisti esperti rappresenta un valore aggiunto per non rimandare all’infinito.

La buona notizia? Non è mai troppo presto per iniziare a pianificare. Il momento migliore per pensare al domani della propria impresa è, semplicemente, OGGI.

…Pianificare è meglio che curare

  1 Fonte: CERIF, centro di Ricerca sulle Imprese di Famiglia dell’Università Cattolica di Milano e AIDAF -Associazione

 

TRASFERIMENTO DI RICCHEZZA: LUCI E OMBRE. FONDAMENTALE PIANIFICARE!

Il fenomeno prende il nome di “Great Wealth Transfer”, ovvero il grande trasferimento di ricchezza che le generazioni si stanno prestando ad affrontare e che richiede competenze tecniche e una pianificazione intergenerazionale strutturata.

Uno studio ha approfondito le principali dinamiche del passaggio di patrimonio da Boomer a Millennial e Gen Z. In generale si evidenziano numeri tutt’altro che trascurabili: il 47% ha ricevuto l’eredita direttamente dai nonni, mentre il 65% degli eredi ha rimpianti sull’uso del denaro ricevuto.

L’Italia presenta alcune peculiarità:

  • Il 38% degli italiani investe le somme ricevute (vs 33% globale). Molti avrebbero voluto investire ancora di più.
  • Il 66% si affida a familiari o amici per gestire la successione…
  • Il 79% NON lascia indicazioni specifiche per il patrimonio!
  • Tre quarti segnalano difficolta di comunicazione nel passaggio generazionale.
  • Il 77% degli eredi italiani non e coinvolto nella pianificazione successoria.

Dati che fanno riflettere su quanta strada sia ancora da fare in termini di educazione e consapevolezza finanziaria al fine di proteggere il patrimonio attraverso il passaggio generazionale e valorizzarne la fungibilità al servizio degli obiettivi di famiglia

ancora una volta… Pianificare è meglio che curare.

Articolo completo:https://www.financialounge.com/news/2025/06/13/in-arrivo-il-grande-trasferimento-di-ricchezza-italiani-piu-propensi-a-investire/

TAGLIO TASSI: FISSO O VARIABILE? UNA SCELTA STRATEGICA!

Nel percorso di crescita di un’impresa, il ricorso al debito rappresenta spesso una tappa fondamentale. Una scelta che deve essere ponderata con attenzione, calibrata rispetto alla situazione finanziaria e agli obiettivi strategici aziendali.

Tra le domande più comuni in questi casi c’è quella relativa alla tipologia di tasso da preferire: fisso o variabile? Un interrogativo tutt’altro che banale.

Facciamo un passo indietro e analizziamo il contesto attuale. Nella riunione del 5 giugno, la Banca Centrale Europea ha proseguito il processo di allentamento monetario, riducendo per l’ottava volta i tassi di interesse di 25 punti base. Il tasso ufficiale si attesta ora al 2%, in netto calo rispetto al massimo del 4,5% raggiunto a settembre 2023. Il trend è quindi chiaro: da giugno 2024 i tassi sono in discesa. Ma quali sono le prospettive per il prossimo futuro?

Va precisato che i tassi negativi, o prossimi allo zero, degli scorsi anni sono stati un’anomalia storica e non un punto di riferimento attendibile. Le previsioni più accreditate indicano uno o due ulteriori tagli nel 2025, con un possibile assestamento tra l’1,75% e l’1,25% nel 2026.

Alla luce di questo scenario, i livelli attuali possono già essere considerati bassi, anche grazie a un’inflazione che sembra rientrata verso i target auspicati.

Ma torniamo alla domanda iniziale: quale tasso scegliere? Troppo spesso la scelta si basa unicamente su una valutazione di convenienza economica, limitandosi al confronto tra i tassi di mercato in quel momento specifico. Tuttavia, questa analisi può risultare miope, specie per finanziamenti a medio-lungo termine.

Un approccio più solido prevede di valutare l’impatto finanziario dell’operazione: quanto sarà sostenibile la rata (oggi e in futuro) in rapporto ai flussi di cassa aziendali?

Questo richiede almeno due cose:

1) una chiara consapevolezza dell’importanza e della capacità dell’impresa di generare liquidità nel tempo,

2) una pianificazione finanziaria strutturata, capace di simulare scenari e verificare la sostenibilità nel tempo.

In altre parole, occorre passare da una logica puramente economica e statica, a una visione dinamica e finanziaria, non ancora sempre radicata nelle aziende, specie quelle di dimensioni medie o piccole.

Cambiando prospettiva, anche un tasso variabile, apparentemente più conveniente nel breve termine, potrebbe non essere la scelta migliore. In certe situazioni, un tasso fisso garantisce stabilità dei flussi in uscita, facilità di pianificazione e maggiore resilienza finanziaria, specialmente quando il margine di manovra sul reddito disponibile è già ridotto.

In questi casi, rinunciare a un piccolo vantaggio economico può tradursi in un grande beneficio in termini di sostenibilità dei flussi di cassa e quindi continuità aziendale.

Ancora una volta, dunque: pianificare è meglio che curare.

“La mia azienda NON ha bisogno di consulenza strategica!”… O forse SI?

Fare impresa oggi è una sfida tutt’altro che semplice. A dire il vero, non lo è mai stato, ma lo scenario attuale è ancora più complesso: margini ridotti, mercati in continua evoluzione, decisioni da prendere in tempi rapidi e spesso con informazioni incomplete.

E nel frattempo? Bisogna trovare e gestire il personale, seguire i clienti, coordinare i fornitori, controllare gli incassi, trattare con le banche. Il rischio più grande? Farsi travolgere dall’operatività quotidiana, perdendo di vista la direzione.

Il mercato di oggi è molto più veloce e competitivo rispetto al passato. Continuare ad agire per abitudine, può diventare estremamente costoso. I margini si sono assottigliati, e ogni inefficienza pesa molto di più, erodendo la capacità dell’azienda di creare valore.

È qui che entra in gioco la consulenza strategica, ti aiuta a:

  • fare ordine tra le priorità,
  • ridurre i costi nascosti,
  • pianificare lo sviluppo a medio-lungo termine,
  • gestire i cambiamenti organizzativi, inclusi i passaggi generazionali,
  • evitare decisioni impulsive e rafforzare la visione strategica,
  • ridurre le asimmetrie informative nei rapporti con gli istituti di credito.

Pianificare non è tempo perso. È un investimento. È la chiave per garantire efficienza, continuità e crescita. Agire per inerzia, senza una direzione chiara, non solo è poco efficace: rischia di consumare energie e risorse, che per definizione sono limitate.

La consulenza strategica diventa ancora più preziosa nei momenti delicati, come la gestione di un passaggio generazionale o quando le nuove leve fanno il loro ingresso nei ruoli chiave. In questi casi, le difficoltà pratiche si intrecciano con dinamiche emotive spesso complesse. Un consulente esterno può facilitare il dialogo e costruire una base condivisa per affrontare il cambiamento in modo costruttivo.

Il tempo passa, il mondo cambia, e le incomprensioni rischiano di trasformarsi in ostacoli limitando la capacità di creare valore aggiunto o, peggio ancora, pregiudicare la continuità aziendale.

Fermarsi per ripartire meglio non è un lusso. È una scelta strategica.

A CHE PUNTO È LA NOTTE?

Recentemente, durante una conversazione con un mio assistito, è emersa una domanda che ritengo particolarmente calzante per descrivere l’attuale fase dei mercati: “A che punto è la notte?”
Un’espressione efficace, che ben rappresenta la perplessità e gli interrogativi che oggi animano gli investitori.

Ogni nuova dichiarazione, soprattutto in materia di dazi, genera reazioni immediate sui mercati finanziari, alternando fasi di ribasso a repentini rimbalzi.
Il clima di incertezza, amplificato dai media, alimenta confusione e timori tra i risparmiatori.
Gestire tali momenti non è semplice, soprattutto sul piano emotivo.
Quali strategie adottare, dunque, per evitare decisioni impulsive e poco lungimiranti?

Il primo consiglio è mantenere calma e disciplina.
Le fasi di volatilità sono fisiologiche sui mercati e, oltre alle inevitabili tensioni, offrono opportunità interessanti a chi sa mantenere una visione di lungo termine e selezionare strumenti efficienti.

L’immagine allegata sintetizza efficacemente le fasi di correzione dello S&P 500, principale indice azionario statunitense, evidenziando l’entità e la durata degli storni (il cosiddetto mercato orso).
A destra viene invece rappresentata l’alternanza con le successive fasi di crescita (mercato toro).

Fornire una risposta precisa alla domanda iniziale è dunque impossibile. Tuttavia, osservare la ciclicità storica dei mercati aiuta a maturare una maggiore consapevolezza.
È proprio in momenti come l’attuale che diventa possibile individuare asset di qualità a prezzi particolarmente interessanti.
Il tutto senza la presunzione di anticipare minimi o massimi di mercato, bensì affidandosi a un processo di investimento solido, coerente con i propri obiettivi finanziari e con il proprio profilo di rischio, anche emotivo.

Approfittare di questa fase per effettuare un check-up del portafoglio è dunque fondamentale:

  • per verificare la reale esposizione al rischio;
  • per valutare l’efficienza degli strumenti in termini di rendimento atteso, rischio e costi.

In quest’ottica, potrebbe rivelarsi opportuno iniziare a pianificare acquisti progressivi e mirati, in coerenza con una strategia di investimento strutturata e orientata al lungo termine.

MERCATI AI MASSIMI? CHE FARE!

In molti mi avete chiesto negli ultimi mesi come comportarsi visto un mercato, almeno quello azionario americano, cresciuto di molto: praticamente ininterrottamente da due anni.

Vendere, mantenere la posizione od incrementarla? La risposta? Dipende! Infatti, a ben vedere una soluzione univoca non esiste.

La figura in allegato però ci può aiutare ad avere una visione più obiettiva della situazione, e dunque prendere una decisione più consapevole. L’immagine, infatti, riporta la performance dell’indice S&P500, uno dei più importanti indici azionari del mercato americano, dal 1929 ad oggi. Fin dal primo colpo d’occhio emerge come di fatto la distribuzione dei rendimenti sia di fatto asimmetrica. Gli anni con una performance positiva sono infatti prevalenti rispetto a quelli con un risultato negativo. Ancora, possiamo osservare come nella storia il maggior numero di anni abbia fatto registrare rendimenti tra il 10 ed il 20%, ma non è tutto. Il 2024 si colloca nella fascia oltre al 20%, peraltro anticipato da un 2023 altrettanto positivo.

Potrebbe dunque essere razionale aspettarsi un anno negativo, dopo un biennio fortemente positivo. Ma chi avrebbe pensato, alla fine del 2023, che il 2024 sarebbe stato un altro anno di risultati eccezionali?

Da questo ragionamento si intuisce, quindi, che cercare di prevedere il mercato risulta quanto meno complicato e certamente un atteggiamento non privo di rischi.

Ma torniamo alla domanda iniziale: vendere perché le quotazioni sono ormai alte o continuare ad acquistare. La postura corretta per rispondere a questa domanda non è tanto quella di provare a prevedere il futuro, quanto quella di ripartire da una sana e personalizzata pianificazione strategica. Occorre chiedersi quali siano i propri veri obiettivi di lungo termine, comprendere che il mercato azionario americano è certamente efficiente, caratterizzato da performance eccellenti ma anche da storni che ne rappresentano la propria natura intrinseca.

Occorre dunque essere sinceri con se stessi. Il portafoglio, nella sua interezza deve essere certamente coerente con la propria propensione al rischio e il proprio orizzonte temporale, ma non è sufficiente. C’è una coerenza di cui ancora troppo poco si parla, che è di fondamentale importanza: la coerenza con il proprio profilo emotivo.

Dal momento che risulta improbabile prevedere il mercato, ovvero anticiparne gli storni senza rinunciare a potenziali performance, occorre effettuare scelte consapevoli e sostenibili non soltanto dal punto di vista razionale ma anche emotivo. Spesso, di fronte a storni fisiologici del mercato siamo portati a prendere scelte impulsive, che ne pregiudicano di fatto il risultato di lungo periodo. La finanza comportamentale prima e le neuroscienze dopo, ci hanno dimostrato come spesso siano le emozioni a governare le nostre scelte, senza nemmeno farcene rendere conto. Uno dei principali bias cognitivi è proprio l’avversione alle perdite: il dolore che proviamo per una perdita è ben più forte della gioia per un guadagno di pari entità.

In conclusione, piuttosto che cercare di prevedere se sarà un anno positivo o negativo per il mercato, chiediamoci se la componente azionaria nel portafoglio è coerente con il nostro profilo di rischio razionale ed emotivo, se abbiamo messo in atto strategie per minimizzare il rischio specifico, se abbiamo accantonato asset di liquidità utile per approfittare di fisiologici storni del mercato e se abbiamo in portafoglio strumenti realmente efficienti, caratterizzati da costi equi in grado di non erodere il valore aggiunto creato dal mercato.

Pianificare è meglio che Curare…

Buon 2025!

FAMILY OFFICE: OSSERVATORIO 2024

Martedì 24 settembre, al Politecnico di Milano, è stata presentata la ricerca sulle sfide e le competenze per i Family Office, ma anche le opportunità e i bisogni degli investitori.

Anche se la realtà italiana risulta ancora arretrata rispetto allo scenario globale le opportunità… e le esigenze, restano enormi.

In linea generale è emerso un maggior appetito per il rischio, meno liquidità e più obbligazioni in portafoglio, visto lo scenario economico dominato dall’inizio del taglio dei tassi da parte delle banche centrali.

Le esigenze delle famiglie imprenditoriali risultano sempre più articolate e complesse.

Le competenze richieste vanno ben oltre la gestione del portafoglio, la pianificazione patrimoniale e fiscale, spingendosi fino alla governance famigliare, senza dimenticare soft skill legate all’ascolto e alla comprensione del dialogo inter-generazionale.

Ancora una volta emerge come le competenze tecniche più classiche siano ormai considerate un prerequisito.

La valorizzazione del patrimonio passa dalla preservazione di questo attraverso le generazioni, elemento che presuppone una visione del patrimonio al servizio dell’intero nucleo famigliare e dunque la predisposizione di una chiara Family Strategy.

Ancora una volta… Pianificare è meglio che curare!