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IMPRESE FAMILIARI: Innovazione e Futuro – Politecnico di Milano

Un’occasione di confronto sui temi dell’innovazione, del passaggio generazionale e della governance nelle imprese familiari, realtà che rappresentano una componente fondamentale del tessuto economico italiano.

Spunti concreti e riflessioni utili per accompagnare imprenditori e famiglie nelle sfide di oggi e nella costruzione del loro futuro con un approccio di consulenza olistica.

LONGEVITÀ: GLI IMPATTI SU PATRIMONIO AZIENDALE E PERSONALE

Fino a pochi decenni fa il problema era vivere abbastanza a lungo da godersi la pensione. Oggi il problema sta diventando l’opposto: come finanziare una vita che può durare venti, trenta o più anni dopo la fine dell’attività lavorativa. La longevità è una straordinaria conquista sociale, ma rappresenta anche una delle più importanti sfide economiche e patrimoniali per famiglie e imprese.

Secondo l’OCSE, l’aspettativa di vita continua ad aumentare al ritmo di circa due o tre mesi ogni anno, il che significa guadagnare circa 2-2,5 anni per ogni decennio. Di conseguenza, vivere fino a 85-90 anni sta diventando sempre più comune e la longevità rappresenta una delle principali sfide per la pianificazione patrimoniale e previdenziale. Le proiezioni più ottimistiche rivelano che nei Paesi occidentali i bambini che nasceranno dopo il 2035 potrebbero appartenere alla prima generazione nella quale raggiungere i 100 anni non rappresenterà più un evento eccezionale.

Questa trasformazione non riguarda soltanto le famiglie, ma investe direttamente anche il mondo delle imprese familiari.

Per le PMI familiari questo significa imprenditori che rimangono alla guida dell’azienda più a lungo, con il conseguente rischio di rinviare ulteriormente il passaggio generazionale, tema già oggi particolarmente delicato. Non è raro infatti oggi trovare imprenditori sessantacinquenni con genitori ancora presenti e figli quarantenni che hanno già intrapreso percorsi professionali autonomi.

Un’altra possibile conseguenza è un dialogo intergenerazionale più complesso, causato dalla dilatazione delle prospettive o, più semplicemente, dal confronto con figli che hanno già costruito percorsi professionali lontani dall’azienda di famiglia o dal luogo di origine.

Dal punto di vista personale le implicazioni non sono da meno. Non basta più accumulare patrimonio: occorre fare in modo che duri più a lungo, protegga il tenore di vita e continui a svolgere la propria funzione anche nelle fasi più avanzate dell’esistenza. Cresce la necessità di investimenti capaci di proteggere il potere di acquisto nel lungo periodo. Inoltre, aumenta la probabilità di sostenere maggiori costi per assistenza domiciliare e cure specialistiche, impattando ancora una volta sulla consistenza dei risparmi di famiglia. Anche la pensione tenderà progressivamente a spostarsi più in avanti e a coprire una quota sempre minore del tenore di vita desiderato. Evidentemente gli eredi riceveranno il patrimonio sempre più tardi, spesso quando avranno già completato il proprio percorso professionale e sostenuto i costi di formazione e crescita della generazione successiva.

Ne scaturisce uno scenario nel quale la pianificazione assume un ruolo centrale. Meno liquidità improduttiva sui conti correnti, maggiore attenzione ad asset capaci di generare rendimenti reali sostenibili nel tempo e una progettazione patrimoniale in grado di adattarsi all’evoluzione delle esigenze familiari. Servono fonti di risparmio che affianchino il sistema previdenziale pubblico, ma anche polizze sanitarie capaci di proteggere il patrimonio da spese rilevanti o da invalidità permanenti gravi.

Aumenta inoltre la necessità di una pianificazione successoria robusta, capace di proteggere la trasmissione del patrimonio non soltanto dall’inflazione, ma anche sotto il profilo fiscale.

Dal punto di vista aziendale cresce sempre di più l’importanza della Governance: consigli di famiglia, patti di famiglia e una Family Strategy solida diventano strumenti strategici. Con una vita più lunga aumenta l’esigenza di trasformare parte del valore dell’impresa in patrimonio diversificato. La ricchezza non può restare concentrata esclusivamente nell’impresa e il patrimonio deve recuperare la propria fungibilità al servizio degli obiettivi dell’intero nucleo familiare.

La longevità trasforma il problema economico da ‘accumulare ricchezza’ a ‘farla durare e trasferirla efficacemente attraverso più generazioni’. Non stiamo semplicemente vivendo più a lungo: stiamo vivendo abbastanza a lungo da mettere sotto pressione pensioni, patrimoni, imprese familiari e passaggi generazionali.

INFLAZIONE e BASSA CRESCITA – Il crinale (complicato) delle Banche Centrali

L’economia torna a muoversi su un terreno instabile. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente riaccendono la pressione sui prezzi dell’energia e riportano al centro del dibattito il tema dell’inflazione.
Come spesso accade, l’aumento del costo dei carburanti si trasmette lungo tutta la filiera produttiva: dai costi di trasporto fino al prezzo finale dei beni. Il risultato è immediato e tangibile, per imprese, consumatori e investitori.
Ma il vero elemento di complessità oggi è un altro: la combinazione tra inflazione e crescita debole. Non più solo caro prezzi, ma un’economia che fatica a espandersi, con margini sempre più compressi e prospettive incerte.
L’aumento dei costi energetici e logistici impatta direttamente sulla redditività, mentre l’incertezza sui tassi di interesse influenza l’accesso al credito e la sostenibilità degli investimenti. In altre parole: costi che salgono e visibilità che si riduce. È ciò che definiamo stagflazione.
In un contesto così, la gestione finanziaria diventa meno previsione e più disciplina.

In questo contesto, le banche centrali tornano a essere l’ago della bilancia. Il dilemma è evidente: proseguire con la riduzione dei tassi per sostenere l’economia oppure interrompere il percorso – o addirittura invertirlo – per contenere nuove pressioni inflazionistiche?
Tagliare i tassi significa favorire credito e investimenti, ma rischia di alimentare nuovamente l’inflazione. Al contrario, mantenerli elevati aiuta a stabilizzare i prezzi, ma può frenare ulteriormente una crescita già debole.
Non è un equilibrio teorico: le implicazioni sono concrete anche sul piano patrimoniale. Un aumento dei tassi penalizza il valore delle obbligazioni, mentre una loro riduzione sostiene i prezzi ma espone i risparmi all’erosione inflattiva. La mancata crescita contrae gli utili attesi delle aziende e, di conseguenza, i corsi azionari.
È questo il crinale su cui si muovono oggi le principali banche centrali.

Rispetto al 2022, però, il contesto è diverso. Non ci troviamo più in una fase di tassi prossimi allo zero e di rimbalzo post-pandemico. Oggi le politiche monetarie partono da livelli più prudenti e l’economia appare più fragile.
Questo non rende la scelta più semplice, anzi: restringe ulteriormente il margine di errore.
In uno scenario come questo, più che prevedere le prossime mosse delle banche centrali, diventa fondamentale per imprese e famiglie rafforzare la propria struttura finanziaria e la capacità di adattamento.

Perché quando il sentiero si fa stretto, non vince chi prova a indovinare la direzione, ma chi è in grado di restare in equilibrio.

IL BIAS della CONFERMA

Riprendiamo la presentazione dei Bias cognitivi: ovvero quelle scorciatoie mentali che influiscono silenziosamente sulle nostre scelte.
Tuttavia queste scorciatoie generano pregiudizi, che spesso rendono le nostre decisioni economiche e finanziarie inefficienti.
Il bias di conferma è la tendenza, spesso inconscia, a dare maggiore peso alle informazioni che confermano le nostre convinzioni, ignorando o minimizzando quelle che le mettono in discussione.
In pratica, selezioniamo i dati che “ci fanno comodo”, anche quando non sono i più corretti o completi. Questo meccanismo non riguarda solo l’opinione personale, ma incide direttamente sul modo in cui raccogliamo, interpretiamo e ricordiamo le informazioni.

È una strategia mentale che riduce l’incertezza e l’ansia, ma che può diventare molto costosa nelle decisioni economiche e imprenditoriali.

Per un piccolo imprenditore il rischio è concreto:

  • si cercano solo numeri che confermano che “l’azienda va bene”,
  • si sottovalutano segnali di allarme (margini in calo, clienti che cambiano comportamento, costi strutturali che crescono),
  • si difendono scelte passate anche quando il contesto è cambiato.

Il bias della conferma agisce anche nel marketing e nelle scelte strategiche: si continua a puntare su un prodotto, un fornitore o un modello di business perché “ha sempre funzionato”, ignorando segnali di mercato che suggerirebbero un adattamento. Questo porta a una forte resistenza al cambiamento e, nel lungo periodo, a perdita di competitività.
Lo stesso vale nella gestione finanziaria: investimenti mantenuti troppo a lungo, eccessiva fiducia in una singola strategia, lettura selettiva delle notizie economiche. Nei momenti positivi il bias alimenta l’euforia, in quelli negativi amplifica il panico, offrendo un supporto di massa alle bolle speculative.

La buona notizia? il bias della conferma si può contenere. Ecco come:

  • confrontando più fonti e più punti di vista,
  • basando le decisioni su dati oggettivi e non solo su sensazioni,
  • accettando che cambiare idea non è un errore, ma un segnale di maturità imprenditoriale.

In questo senso, il confronto con un consulente esterno o con figure non coinvolte emotivamente nell’azienda diventa un vero strumento di governo, non un costo. Serve proprio a mettere in discussione le certezze e a vedere ciò che, da soli, rischiamo di non voler vedere.

Se tutti attorno confermano sempre la tua idea, non stai guidando: stai rassicurandoti.

PASSAGGIO GENERAZIONALE AZIENDALE: DIFFICILE MA NECESSARIO

Solo il 30% sopravvive alla seconda generazione, solo il 4% raggiunge la quarta. Non è un bollettino di guerra, ma ci assomiglia.

Sono numeri che parlano chiaro in merito a quanto le PMI, specie quelle a gestione familiare, abbiano ancora un rapporto conflittuale con il passaggio generazionale.

Se da un lato le aziende familiari si sono dimostrate particolarmente resilienti alle fisiologiche crisi di mercato, gli imprenditori non hanno ancora realmente dimostrato di saper garantire la continuità aziendale nel tempo.

Questo è un fattore chiave per il processo di creazione di valore, ma ancor di più per la capacità di trasferire questo valore alle future generazioni.

Non è solo un fatto di efficienza o di capacità di generare ricchezza: è un tema di protezione del patrimonio delle famiglie imprenditoriali.

Il tema, certo, non è semplice. Non lo è non perché sia particolarmente complicato o imprevedibile, ma fondamentalmente perché implica un forte coinvolgimento emotivo degli attori in campo. E la criticità è esponenziale nelle aziende familiari.

In queste realtà, infatti, impresa e famiglia si fondono e i confini diventano più sfumati. Se da un lato questa situazione può rappresentare un vantaggio in termini di organizzazione, controllo e capitalizzazione della catena di valore all’interno del medesimo nucleo, dall’altro spesso diventa un boomerang quando l’imprenditore invecchia.

Sulla questione si sprecano le ipocrisie e occorre avere il coraggio di dirlo. Tutti si dimostrano aperti all’integrazione delle nuove generazioni, ma i numeri raccontano una storia diversa. Cedere il passo è difficile, tremendamente difficile. Le aziende, più che imprese, sono un figlio per l’imprenditore, specie se questo è il fondatore o comunque la figura chiave che ne ha assicurato la crescita.

Cambiare è difficile, e lo è ancora di più quando sacrificio, dedizione e strategie si sono dimostrati vincenti. Ma il punto è che lo sono stati in epoche ormai passate.

La ricetta che ha funzionato nei lustri precedenti potrebbe non essere più così adeguata per gli anni a venire. Viviamo in un mondo molto più competitivo, incredibilmente più veloce, dove sopravvive non il più forte, ma chi sa adattarsi meglio alle nuove esigenze dei clienti.

Allora che fare? Buttare via schemi e processi che hanno sempre dimostrato di funzionare, rigore e tradizione che sono stati la base del successo?

Niente affatto. Occorre però pianificare. Il passaggio generazionale in azienda non è, generalmente, un evento inaspettato: è una tappa di crescita fisiologica dell’azienda. Occorre pianificarla.

Le nuove generazioni vanno introdotte gradualmente, progressivamente responsabilizzate e testate, senza sconti. Attitudini, ambizioni e talenti dei più giovani devono essere integrati nei processi consolidati che hanno garantito stabilità fino a quel punto.

Un altro concetto deve però essere chiaro: la capacità dell’azienda non deve mai essere compromessa. Né dal rimandare all’infinito l’inserimento delle nuove generazioni, né dall’assegnare per forza compiti all’interno della famiglia. Se le attitudini o lo spirito di sacrificio non ci sono, è meglio guardare al di fuori del proprio nucleo e, se necessario, managerializzare alcune figure chiave.

Altro stigma da superare è la vendita. Meglio cedere quando le cose vanno bene e le valutazioni sono soddisfacenti, piuttosto che condannare l’azienda a un lento declino che porta con sé una silenziosa ma inesorabile perdita di valore.

Anche questa strada, a ben pensarci, è una forma di tutela del patrimonio di famiglia, che implica semplicemente un cambiamento di forma.

Proteggere il patrimonio non significa conservarlo immobile, ma metterlo in condizione di vivere anche domani. Occorre essere lucidi e pianificare per tempo, riportando al centro la creazione di ricchezza e la fungibilità del patrimonio rispetto alle vecchie e alle nuove esigenze della famiglia.

ANTICIPO EFFETTI

Funziona DAVVERO solo quando è gestito bene. 

Per molte PMI, l’anticipo effetti rappresenta una delle soluzioni più immediate per fronteggiare il divario tra vendite già contabilizzate e incassi ancora da maturare. Ma la sua efficacia non dipende dallo strumento in sé, bensì dal modo in cui viene utilizzato. Una gestione poco attenta può trasformare un supporto utile in un fattore di rischio per la liquidità e per il rating aziendale.
Nella vita finanziaria di una PMI il tema degli incassi differiti è tutt’altro che marginale. Spesso le dilazioni concesse ai clienti superano i 60 o 90 giorni, generando un credito commerciale che si traduce in un’esigenza di cassa immediata se non altrettanto compensato dalle dilazioni di pagamento ottenute. L’anticipo effetti nasce per coprire esattamente questo disallineamento: l’impresa presenta alla banca fatture o Ri.Ba., la banca accredita subito le somme e il ciclo operativo prosegue senza tensioni.
Il meccanismo è semplice: la linea rotativa concessa – il cosiddetto castelletto – si reintegra automaticamente quando i clienti saldano le rispettive scadenze. Per l’istituto di credito è un’operazione relativamente protetta, perché legata a una vendita già avvenuta e con incassi canalizzati presso la banca stessa. Da qui il costo tendenzialmente contenuto rispetto ad altre forme di credito.
Tuttavia, la semplicità apparente può trarre in inganno. L’anticipo viene concesso salvo buon fine: l’accredito è immediato, ma resta subordinato al pagamento del cliente. Se questo non avviene, la banca storna l’anticipo. E proprio in quel momento può generarsi la criticità più insidiosa per una piccola impresa: uno sconfinamento non previsto.
Uno storno privo di copertura comporta infatti l’applicazione di tassi più elevati e, soprattutto, l’impatto diretto sul rating aziendale e sulle segnalazioni in Centrale Rischi. Effetti che possono ripercuotersi nei mesi successivi su condizioni creditizie, affidamenti e percezione generale dell’istituto nei confronti dell’azienda.

Il paradosso? A innescare questo deterioramento non è il comportamento dell’impresa, ma l’inadempienza del cliente.
Per evitare questo tipo di circoli viziosi, la gestione dell’anticipo richiede un approccio più selettivo di quanto si pensi. È fondamentale presentare in banca i crediti dei clienti più puntuali, non quelli più rischiosi. La logica non è “scaricare il rischio”, ma garantirsi che la linea lavori senza frizioni, mantenendo pulita la relazione bancaria. Per una PMI questo significa proteggere non solo la liquidità, ma anche la propria reputazione creditizia.
Un secondo accorgimento determinante è l’utilizzo del castelletto in abbinamento a un fido di cassa. Ovvero in forma promiscua. Questo presidio permette di assorbire eventuali insoluti senza sconfinare e, soprattutto, senza intaccare il merito creditizio complessivo. È una misura semplice ma estremamente efficace, che molte imprese trascurano e che invece può fare una notevole differenza in termini di stabilità finanziaria.
A conti fatti, l’anticipo effetti può essere un ottimo strumento per sostenere il ciclo operativo, soprattutto in fasi di crescita o in settori caratterizzati da stagionalità marcata. Ma, come sempre, la vera differenza la fa la capacità dell’imprenditore di governarne l’utilizzo: monitorare le scadenze, conoscere l’affidabilità dei propri clienti, coordinare correttamente le linee di credito e mantenere un dialogo trasparente, ma attento e consapevole con la banca.
Nel panorama attuale, in cui una gestione del credito commerciale poco attenta può incidere rapidamente sul cash flow, l’anticipo effetti non è solo una soluzione tecnica. È parte integrante della strategia finanziaria di un’azienda. E come ogni strategia, funziona solo quando è pianificata.

Ancora una volta pianificare è meglio che curare!

FIDO DI CASSA: MANEGGIARE CON CURA

Cos’è e come funziona
Il fido di cassa, o apertura di credito in conto corrente (APC), è senza dubbio la forma di finanziamento più semplice e conosciuta tra le imprese.
Ma siamo davvero certi di comprenderne a fondo le caratteristiche, e quindi di sfruttarne al meglio le opportunità?
In concreto, il fido di cassa è una linea di credito sempre disponibile, che consente all’azienda di disporre di liquidità immediata quando serve. È uno strumento estremamente flessibile: si può utilizzare in qualunque momento, senza preavviso e senza una finalità.
A differenza delle linee di smobilizzo crediti, che richiedono la presentazione di fatture o documenti per anticiparne l’incasso, il fido di cassa è sempre pronto all’uso.
Un altro vantaggio è che gli interessi si pagano solo sui giorni di effettivo utilizzo: appena entra un incasso, il debito si riduce automaticamente e la disponibilità si ripristina.

I vantaggi della flessibilità
Per molte imprese, il fido di cassa rappresenta un vero ammortizzatore di liquidità.
Può servire, ad esempio, per coprire i periodi di disallineamento tra entrate e uscite, mantenendo regolarità nei pagamenti e stabilità nei rapporti con fornitori, clienti e collaboratori.
Usato bene, è uno strumento prezioso per dare respiro all’operatività quotidiana senza ricorrere ogni volta a nuovi finanziamenti.

I costi
La comodità, però, ha un prezzo.
Il fido di cassa è infatti una delle linee di credito più costose, con tassi d’interesse generalmente più elevati rispetto ad altre forme di finanziamento.
A questo si aggiungono commissioni fisse, come la commissione di messa a disposizione fondi: un costo che si paga anche se non si utilizza il fido, per il solo fatto di averlo a disposizione.
Sottovalutare questi oneri può rendere il fido uno strumento oneroso, soprattutto se diventa una fonte di finanziamento abituale invece che temporanea.

Gli errori da evitare
Uno degli errori più comuni è usare il fido di cassa per finanziare investimenti durevoli, come l’acquisto di macchinari o mezzi aziendali.
In questi casi è più corretto ricorrere a finanziamenti a medio-lungo termine, con un piano di rientro chiaro e sostenibile.
Il rischio, altrimenti, è trasformare il fido in un debito cronico: un utilizzo continuativo che riduce la capacità di manovra e aumenta l’esposizione e la dipendenza… verso la banca.
L’istituto di credito può modificare il tasso debitorio con una variazione unilaterale aumentando dunque gli oneri finanziari per l’azienda.
Va inoltre ricordato che il fido di cassa è “a revoca”: la banca può chiederne il rientro, anche con breve preavviso, per esempio in caso di peggioramento del merito creditizio dell’azienda.
Ciò significa che proprio nel momento di maggiore bisogno – ad esempio, se i pagamenti dei clienti rallentano o il fatturato scende – la banca potrebbe ridurre la linea o revocarla del tutto.

Pianificare è meglio che Curare
Il fido di cassa è come un ombrello: utile quando piove, ma da riporre quando torna il sereno.
Per questo è fondamentale pianificare l’importo e l’utilizzo del fido, coordinandolo con le altre fonti di finanziamento.
Rinegoziare mutui o prestiti di medio periodo, senza partire proprio dalla gestione del breve, può essere una mossa ingenua che espone l’azienda a rischi finanziari potenzialmente letali.
Occorre dunque pianificare al meglio quando le cose vanno bene, quando tempi e potere contrattuale sono dalla parte dell’azienda per accedere alle migliori condizioni sul mercato.

Oggi la vera forza non risiede meramente nell’ottenere credito, ma nel saperlo gestire con lucidità e visione.

BIAS COGNITIVI: nemici invisibili delle scelte patrimoniali e aziendali!

Siamo convinti di essere razionali, soprattutto quando si tratta di scelte importanti: proteggere il patrimonio familiare, guidare un’azienda, pianificare il futuro.
La realtà, però, è ben diversa. Nella vita quotidiana le nostre decisioni sono condizionate dalle emozioni, in modo spesso subdolo e inconsapevole. È così che finiamo vittime di scorciatoie mentali e pregiudizi che ci allontanano da scelte realmente lucide.

Queste distorsioni sono i bias cognitivi: veri e propri “cortocircuiti” del pensiero che influenzano chiunque.

Uno dei più noti è l’effetto Dunning-Kruger, individuato dagli psicologi David Dunning e Justin Kruger nel 1999. Le loro ricerche hanno mostrato come chi ha scarse competenze in un settore tende a sopravvalutarsi, mentre chi è più esperto finisce per sottostimarsi. Il risultato? I meno preparati prendono decisioni rischiose senza rendersene conto e rifiutando un aiuto, mentre i più competenti, consapevoli delle complessità, approfondiscono e si confrontano, crescendo ancora di più.
Un paradosso antico, che Socrate sintetizzava così: «È sapiente solo chi sa di non sapere».

Ma il Dunning-Kruger non è l’unico. Il bias della conferma ci porta a valorizzare solo le informazioni che sostengono le nostre convinzioni, ignorando quelle contrarie. L’effetto gregge, invece, ci spinge a seguire ciò che fanno gli altri, per sentirci al sicuro: dinamica che nei mercati finanziari ha generato bolle speculative e, in azienda, la ripetizione di errori “perché lo fanno tutti”.

La lezione è chiara: molto spesso non decidiamo in base alla logica, ma lasciandoci guidare da illusioni mentali ed emozioni. Un approccio che può compromettere tanto un patrimonio familiare quanto la direzione dell’impresa.

Ecco perché il “fai da te” rischia di essere un boomerang. Creare una rete di competenze, confrontarsi con professionisti ed esperti, condividere scelte e strategie: questa è la strada per ridurre l’impatto dei bias e generare valore.

Un patrimonio o un’azienda si costruiscono in generazioni, ma possono essere compromessi in un attimo da decisioni viziate dai nostri stessi pregiudizi. Riconoscere i bias non è debolezza: è il primo passo per difendere e far crescere ciò che conta davvero.

Cambio, dazi e tassi: l’altra variabile che può ribaltare i conti!

Certe volte, l’elemento che fa la differenza non è quello che stiamo fissando da giorni, ma quello che ci sfugge dalla coda dell’occhio. In economia, il cambio valutario è proprio questo: una forza silenziosa, spesso sottovalutata, ma in grado di cambiare tutto.

Negli ultimi mesi, i dazi commerciali sono tornati protagonisti della scena economica globale. Ne abbiamo già parlato in passato, ma le trattative in corso, i nuovi equilibri e le tensioni internazionali li tengono ancora sotto i riflettori.
Sul fronte dei tassi d’interesse, almeno in Europa, la traiettoria è piuttosto definita: la BCE ha già abbassato i tassi in modo significativo. Salvo qualche ritocco, gran parte della discesa sembra ormai compiuta. Diversa la postura americana: la Federal Reserve procede con cautela, mantenendo un’impostazione più conservativa.

Ma al di là di dazi e tassi, c’è una terza variabile che merita la massima attenzione da parte di imprenditori e investitori: il cambio euro-dollaro.

Ogni rafforzamento dell’euro equivale, di fatto, a un dazio implicito per le aziende esportatrici europee, che si somma a quelli ufficiali. Al contrario, la svalutazione del dollaro agisce da ammortizzatore per l’export statunitense. È facile capire, allora, come le fluttuazioni valutarie influenzino i margini aziendali e possano incidere – anche pesantemente – sui rendimenti di un portafoglio investito in dollari.

Un esempio aiuta a rendere l’idea. Tra gennaio e luglio, il cambio euro-dollaro è passato da 1,021 a 1,18 circa. In apparenza si tratta di una variazione contenuta, ma in realtà parliamo di oltre il 15% in poco più di sei mesi. Un movimento sufficiente a stravolgere i risultati di un’impresa esportatrice, o a neutralizzare del tutto i guadagni di un investimento effettuato in valuta americana.

Il cambio è notoriamente una delle variabili più volatili e imprevedibili. Tuttavia, non per questo va subito. Anzi, oggi più che mai occorre prenderne coscienza e integrarlo nella propria pianificazione, sia a livello aziendale che di gestione del patrimonio di famiglia.
Gli strumenti di copertura esistono, ma nel contesto attuale sono spesso costosi e talvolta inefficaci nel breve termine. In questo senso, il tempo resta il miglior alleato. Sul lungo periodo, infatti, la volatilità tende a ridursi e i valori si riavvicinano alle medie storiche, offrendo più stabilità.

Se sul piano aziendale non sempre è possibile intervenire rapidamente su mercati di sbocco, e provvista di valuta, sul fronte patrimoniale l’imprenditore ha invece maggiori margini d’azione. Una diversificazione consapevole, allineata al profilo di rischio e specie all’orizzonte temporale, consente di gestire in modo più efficace questa instabilità.

Il cambio è una variabile sottile ma potente. Ignorarla significa esporsi a rischi potenzialmente rilevanti. Ma come spesso accade, ciò che sembra una minaccia può diventare una leva. La differenza la fa chi sa leggerla con lucidità e agire con visione.

PASSAGGIO GENERAZIONALE: IL VERO TEST DI SOPRAVVIVENZA DELLE PMI

Il passaggio di controllo in azienda è un momento critico, nonostante se ne discuta ormai da anni. I numeri lo confermano: solo il 50% delle PMI supera il test della seconda generazione e appena il 10% arriva alla terza. Numeri che fanno riflettere.

In Italia, circa l’85% delle imprese è un Family Business, guidato da un membro della famiglia. E quando il vertice non è familiare, nel 66% dei casi il management è comunque legato alla famiglia, una percentuale molto più alta rispetto al 26% della Francia o al 10% del Regno Unito¹. Questo rende il tema della successione ancora più delicato.

Nonostante se ne parli molto, la pianificazione del passaggio di consegne è spesso un tabù. Il motivo? L’emotività: l’azienda di famiglia è molto più di un’attività economica, è un simbolo di identità e sacrificio. Eppure, rinviare per paura di “perdere il controllo” significa esporre l’impresa a rischi enormi.

Troppo spesso, infatti, l’imprenditore vive con diffidenza l’arrivo delle nuove generazioni, arrivando persino a costruire alibi come la presunta mancanza di preparazione o maturità dei giovani. Così, il tempo passa silenziosamente e si continuano a replicare vecchi schemi che, se hanno funzionato in passato, rischiano di non essere la chiave vincente per il futuro. Nelle realtà di maggior successo, paradossalmente, il rischio è ancora più alto: la forza e la personalità della guida attuale può indurre a posticipare il ricambio, rendendo la transizione più difficile e traumatica.

Come rompere questo circolo vizioso?

  • Iniziare per tempo: il passaggio generazionale non è solitamente un evento, ma un percorso che richiede anni di preparazione.
  • Favorire un dialogo intergenerazionale sincero, per capire ambizioni e inclinazioni dei potenziali successori, senza forzature né sensi di colpa.
  • Definire ruoli e responsabilità in modo chiaro, con percorsi di crescita graduali e realistici.
  • Non escludere figure esterne: in alcuni casi, potrebbe essere necessario guardare anche fuori dalla famiglia per individuare le figure più adatte a certi ruoli.

Farsi affiancare da professionisti esperti rappresenta un valore aggiunto per non rimandare all’infinito.

La buona notizia? Non è mai troppo presto per iniziare a pianificare. Il momento migliore per pensare al domani della propria impresa è, semplicemente, OGGI.

…Pianificare è meglio che curare

  1 Fonte: CERIF, centro di Ricerca sulle Imprese di Famiglia dell’Università Cattolica di Milano e AIDAF -Associazione