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A CHE PUNTO È LA NOTTE?

Recentemente, durante una conversazione con un mio assistito, è emersa una domanda che ritengo particolarmente calzante per descrivere l’attuale fase dei mercati: “A che punto è la notte?”
Un’espressione efficace, che ben rappresenta la perplessità e gli interrogativi che oggi animano gli investitori.

Ogni nuova dichiarazione, soprattutto in materia di dazi, genera reazioni immediate sui mercati finanziari, alternando fasi di ribasso a repentini rimbalzi.
Il clima di incertezza, amplificato dai media, alimenta confusione e timori tra i risparmiatori.
Gestire tali momenti non è semplice, soprattutto sul piano emotivo.
Quali strategie adottare, dunque, per evitare decisioni impulsive e poco lungimiranti?

Il primo consiglio è mantenere calma e disciplina.
Le fasi di volatilità sono fisiologiche sui mercati e, oltre alle inevitabili tensioni, offrono opportunità interessanti a chi sa mantenere una visione di lungo termine e selezionare strumenti efficienti.

L’immagine allegata sintetizza efficacemente le fasi di correzione dello S&P 500, principale indice azionario statunitense, evidenziando l’entità e la durata degli storni (il cosiddetto mercato orso).
A destra viene invece rappresentata l’alternanza con le successive fasi di crescita (mercato toro).

Fornire una risposta precisa alla domanda iniziale è dunque impossibile. Tuttavia, osservare la ciclicità storica dei mercati aiuta a maturare una maggiore consapevolezza.
È proprio in momenti come l’attuale che diventa possibile individuare asset di qualità a prezzi particolarmente interessanti.
Il tutto senza la presunzione di anticipare minimi o massimi di mercato, bensì affidandosi a un processo di investimento solido, coerente con i propri obiettivi finanziari e con il proprio profilo di rischio, anche emotivo.

Approfittare di questa fase per effettuare un check-up del portafoglio è dunque fondamentale:

  • per verificare la reale esposizione al rischio;
  • per valutare l’efficienza degli strumenti in termini di rendimento atteso, rischio e costi.

In quest’ottica, potrebbe rivelarsi opportuno iniziare a pianificare acquisti progressivi e mirati, in coerenza con una strategia di investimento strutturata e orientata al lungo termine.

MERCATI AI MASSIMI? CHE FARE!

In molti mi avete chiesto negli ultimi mesi come comportarsi visto un mercato, almeno quello azionario americano, cresciuto di molto: praticamente ininterrottamente da due anni.

Vendere, mantenere la posizione od incrementarla? La risposta? Dipende! Infatti, a ben vedere una soluzione univoca non esiste.

La figura in allegato però ci può aiutare ad avere una visione più obiettiva della situazione, e dunque prendere una decisione più consapevole. L’immagine, infatti, riporta la performance dell’indice S&P500, uno dei più importanti indici azionari del mercato americano, dal 1929 ad oggi. Fin dal primo colpo d’occhio emerge come di fatto la distribuzione dei rendimenti sia di fatto asimmetrica. Gli anni con una performance positiva sono infatti prevalenti rispetto a quelli con un risultato negativo. Ancora, possiamo osservare come nella storia il maggior numero di anni abbia fatto registrare rendimenti tra il 10 ed il 20%, ma non è tutto. Il 2024 si colloca nella fascia oltre al 20%, peraltro anticipato da un 2023 altrettanto positivo.

Potrebbe dunque essere razionale aspettarsi un anno negativo, dopo un biennio fortemente positivo. Ma chi avrebbe pensato, alla fine del 2023, che il 2024 sarebbe stato un altro anno di risultati eccezionali?

Da questo ragionamento si intuisce, quindi, che cercare di prevedere il mercato risulta quanto meno complicato e certamente un atteggiamento non privo di rischi.

Ma torniamo alla domanda iniziale: vendere perché le quotazioni sono ormai alte o continuare ad acquistare. La postura corretta per rispondere a questa domanda non è tanto quella di provare a prevedere il futuro, quanto quella di ripartire da una sana e personalizzata pianificazione strategica. Occorre chiedersi quali siano i propri veri obiettivi di lungo termine, comprendere che il mercato azionario americano è certamente efficiente, caratterizzato da performance eccellenti ma anche da storni che ne rappresentano la propria natura intrinseca.

Occorre dunque essere sinceri con se stessi. Il portafoglio, nella sua interezza deve essere certamente coerente con la propria propensione al rischio e il proprio orizzonte temporale, ma non è sufficiente. C’è una coerenza di cui ancora troppo poco si parla, che è di fondamentale importanza: la coerenza con il proprio profilo emotivo.

Dal momento che risulta improbabile prevedere il mercato, ovvero anticiparne gli storni senza rinunciare a potenziali performance, occorre effettuare scelte consapevoli e sostenibili non soltanto dal punto di vista razionale ma anche emotivo. Spesso, di fronte a storni fisiologici del mercato siamo portati a prendere scelte impulsive, che ne pregiudicano di fatto il risultato di lungo periodo. La finanza comportamentale prima e le neuroscienze dopo, ci hanno dimostrato come spesso siano le emozioni a governare le nostre scelte, senza nemmeno farcene rendere conto. Uno dei principali bias cognitivi è proprio l’avversione alle perdite: il dolore che proviamo per una perdita è ben più forte della gioia per un guadagno di pari entità.

In conclusione, piuttosto che cercare di prevedere se sarà un anno positivo o negativo per il mercato, chiediamoci se la componente azionaria nel portafoglio è coerente con il nostro profilo di rischio razionale ed emotivo, se abbiamo messo in atto strategie per minimizzare il rischio specifico, se abbiamo accantonato asset di liquidità utile per approfittare di fisiologici storni del mercato e se abbiamo in portafoglio strumenti realmente efficienti, caratterizzati da costi equi in grado di non erodere il valore aggiunto creato dal mercato.

Pianificare è meglio che Curare…

Buon 2025!

FAMILY OFFICE: OSSERVATORIO 2024

Martedì 24 settembre, al Politecnico di Milano, è stata presentata la ricerca sulle sfide e le competenze per i Family Office, ma anche le opportunità e i bisogni degli investitori.

Anche se la realtà italiana risulta ancora arretrata rispetto allo scenario globale le opportunità… e le esigenze, restano enormi.

In linea generale è emerso un maggior appetito per il rischio, meno liquidità e più obbligazioni in portafoglio, visto lo scenario economico dominato dall’inizio del taglio dei tassi da parte delle banche centrali.

Le esigenze delle famiglie imprenditoriali risultano sempre più articolate e complesse.

Le competenze richieste vanno ben oltre la gestione del portafoglio, la pianificazione patrimoniale e fiscale, spingendosi fino alla governance famigliare, senza dimenticare soft skill legate all’ascolto e alla comprensione del dialogo inter-generazionale.

Ancora una volta emerge come le competenze tecniche più classiche siano ormai considerate un prerequisito.

La valorizzazione del patrimonio passa dalla preservazione di questo attraverso le generazioni, elemento che presuppone una visione del patrimonio al servizio dell’intero nucleo famigliare e dunque la predisposizione di una chiara Family Strategy.

Ancora una volta… Pianificare è meglio che curare!

LA MIA AZIENDA STA GUADAGNANDO?

Siamo ormai completamente rientrati dalle ferie estive e, in questo articolo, vorrei affrontare un tema cruciale per ogni imprenditore: capire se la propria azienda è effettivamente in grado di generare profitto. Questa consapevolezza, benché possa non essere immediata, è fondamentale per impostare una pianificazione a lungo termine. È comune vedere imprenditori inseguire il fatturato a tutti i costi, solo per rendersi conto più tardi che il fatturato e il profitto sono due cose ben distinte. Certo, per guadagnare bisogna vendere, ma fatturare non equivale necessariamente a generare un profitto.

Per comprendere meglio questa distinzione, dobbiamo partire dal conto economico dell’azienda, analizzandolo attraverso una riclassificazione per “valore aggiunto”. Sebbene l’ultima riga del conto economico, che mostra il risultato finale, sia importante, capire le fasi intermedie è essenziale per comprendere il proprio modello di business.

L’immagine sopra illustra come diverse variabili possano incidere sul fatturato, fino a comprometterne completamente il potenziale in alcuni casi.

Il Valore Aggiunto (VA) può essere definito, in modo semplificato, come il riconoscimento da parte dei clienti del valore dei prodotti o servizi dell’azienda. Il VA si ottiene sottraendo dal fatturato i costi esterni necessari per generarlo, come ad esempio l’acquisto di materie prime. In altre parole, il VA corrisponde al fatturato meno i costi variabili. Questo indicatore è strettamente legato al settore di appartenenza e alla capacità dell’azienda di creare valore, appunto. Di solito, il VA è più alto per le aziende manifatturiere e più basso per quelle commerciali. È quindi evidente che il VA deve essere sufficiente a remunerare gli altri fattori produttivi: il capitale proprio, il capitale di terzi, il lavoro e le imposte.

Sottraendo il costo del lavoro dal VA si ottiene l’EBITDA, uno degli indicatori più importanti nella valutazione aziendale. L’EBITDA rappresenta il margine dell’azienda prima degli ammortamenti e degli accantonamenti, che rappresentano certamente costi, anche se non monetari e potenzialmente maggiormente gestibili da politiche di bilancio discrezionali. Questo indicatore è apprezzato perché evidenzia la capacità dell’azienda di generare cassa.

È facile comprendere come un EBITDA elevato sia particolarmente importante per le aziende con una struttura produttiva rigida, che devono gestire cospicui ammortamenti.

Sottraendo ammortamenti e accantonamenti, si arriva all’EBIT, che rappresenta il risultato economico prima degli interessi passivi e delle imposte. Si tratta del principale indicatore per valutare l’andamento dell’attività tipica dell’azienda. Intuibile come l’EBIT sia stato messo sotto pressione in modo molto differente in questi anni a seconda del debito finanziario di ogni azienda, in un momento in cui i tassi variabili sono esplosi. Anche in questa chiave l’indicatore può essere utilizzato per comprendere come un’attività sia più o meno resiliente ad uno shock dei tassi di interesse a fronte della sua massa debitoria. Se preferite l’indicatore può suggerire se l’azienda è potenzialmente sovra-indebitata.

Infine, sottraendo gli oneri finanziari, si ottiene l’EBT, ovvero il risultato prima della tassazione. Ovviamente, ogni azienda ha una situazione unica, ma l’analisi di questi risultati intermedi può fornire indicazioni preziose per la gestione e la pianificazione finanziaria. Non solo per proteggere la redditività, ma anche per migliorare la resilienza dell’azienda di fronte a fattori esterni.

Ancora una volta: “Pianificare è meglio che curare”.

CROLLO BORSE? COSA E’ SUCCESSO… IN PAROLE SEMPLICI

Lunedì scorso, la borsa americana e di conseguenza tutte le altre, ha vissuto una giornata difficile, con pesanti cali. Tutta la settimana è stata caratterizzata da molta volatilità, certamente normale per i mercati azionari ma comunque difficile da comprendere per i risparmiatori.

Recessione americana? Tensioni geopolitiche? Fine del ciclo economico? Che cosa ha realmente scatenato le vendite?

La causa di tutto questa volta parte dal Giappone. Il principale indice del Paese, il Nikkei, ha perso in una sola giornata il 12%, rimbalzando poi il giorno successivo. Il motivo è stato un aumento dei tassi di interesse in Giappone, in controtendenza alle aspettative di praticamente l’intero mondo occidentale.

Ma cosa centrano i tassi di interesse giapponesi, l’indice Nikkei ed il crollo dei mercati americani ed europei?

Semplice: alcuni operatori professionisti sfruttavano il differenziale dei tassi, indebitandosi in Giappone (a tassi bassi) e reinvestendo in euro e dollaro (a tassi molto più alti).

Il gioco, per così dire, si è rotto quanto appunto la banca centrale giapponese ha aumentato i tassi di interesse, da un lato riducendo il differenziale tra i tassi, dall’altro innescando un apprezzamento dello yen. I margini di profitto si sono dunque ridotti drasticamente, portando gli investitori a vendere le loro posizioni. Il resto lo hanno fatto gli algoritmi automatici che, percependo le vendite, non hanno fatto altro che intensificare il fenomeno.

Ancora una volta inseguire il mercato risulta improbabile: meglio puntare su una pianificazione solida, coerente ai propri obiettivi.

TRASFORMARE UN TASSO VARIABILE IN FISSO…. SI PUO’?

Il tema dei tassi di interesse domina ancora a pieno regime le pianificazioni economiche personali ed aziendali. Il tanto atteso inizio dei tagli è iniziato, almeno in Europa, ma certamente in modo molto più lento di quanto non ci si aspettasse. Chi oggi dovesse valutare un debito bancario si troverebbe di fronte all’annosa scelta tra tasso fisso e variabile. Argomento che abbiamo già avuto modo di approfondire in un passato articolo, non soltanto in chiave economica, ma soprattutto in chiave finanziaria e strategica, partendo necessariamente dalla specifica situazione in cui si trova ogni singola azienda.

In questa sede approcciamo invece ad un concetto differente: le coperture dei tassi. Se sul mercato sono presenti offerte di finanziamento a tasso variabile posso trasformare quel tasso in fisso, mettendomi dunque al riparo da eventuali futuri aumenti? La risposta è si e lo strumento da utilizzare è un derivato.

Non fatevi spaventare dalla parola “derivato”, questi strumenti non sono per definizione tossici o pericolosi anzi, il loro impiego nasce, pensate, a scopi di copertura. Non sono ovviamente mancati utilizzi speculativi, che hanno trasformato questi strumenti in qualche cosa di pericoloso nell’immaginario collettivo, distorcendone di fatto la reale natura. Tornando a noi, è possibile trasformare un tasso variabile in un tasso fisso. Come? Tecnicamente acquistando un IRS, che sta per Interest Rate Swap. Swap significa infatti “scambio” e l’acquisto di tale strumento consente di pagare un tasso fisso e ricevere un flusso variabile. E’ possibile in questo modo trasformare un tasso variabile in fisso ed è possibile anche farlo per tutta la durata del finanziamento o solo per una parte dell’ammortamento previsto. Inoltre è possibile attuare una copertura totale, ovvero su tutto l’ammontare del debito, o parziale ottenendo di fatto una protezione parziale.

Tutto semplice, no? Non esattamente. Nella valutazione se coprire o meno un tasso variabile occorre prendere in considerazione molti elementi, primo su tutti, ovviamente, la reale necessità, ma anche il costo di tale copertura. Inoltre troppo spesso nella valutazione viene sotto stimata l’importanza del valore che il derivato assumerà nel tempo. L’IRS acquistato infatti avrà nel tempo un proprio valore che viene chiamato mark to market. Per dirla in parole semplici il valore sul mercato del derivato se lo si volesse chiudere prima della naturale scadenza. Il MTM di un IRS potrebbe diventare anche negativo nel caso in cui i tassi si muovessero in senso opposto, ovvero se scendessero. Questo rappresenterebbe un costo da sostenere nel caso si decidesse di chiudere l’operazione prima della naturale scadenza. Tale importo potrebbe anche essere piuttosto elevato e dunque incidere notevolmente sul costo complessivo dell’operazione.

Ben vengano strumenti specifici per trasformare tassi variabili in fissi (irs), fissare dei valori massimi di tasso (cap), dei valori minimi (floor) o anche corridoi entro i quali questo debba oscillare (collar), ma occorre valutare con estrema attenzione ogni aspetto, non soltanto i costi di acquisto ma anche le dinamiche in ottica prospettica.

TASSI GIU’… E ADESSO?

Alla fine il tanto atteso taglio dei tassi c’è stato. La BCE nel corso della riunione del 6 giugno ha infatti tagliato di 25 bps il tasso di riferimento portandolo al 4,25%.

Si è dunque concretizzata quella divergenza tra BCE e FED per la quale la prima ha anticipato la seconda, muovendosi in anticipo e dando il via alla fase di ribasso dei tassi. Per altro proprio la FED nella sua riunione del 12 giugno ha lasciato invariati i tassi rinviando il possibile taglio a novembre.

Ora gli occhi sono puntati su quello che accadrà nei prossimi mesi; infatti il mercato dava per scontato questo primo taglio, argomento differente sarà invece l’intensità e la profondità con la quale questo cammino proseguirà. Una cosa appare molto probabile tuttavia: se le tensioni geopolitiche non riserveranno sorprese lato inflazione, questo percorso verso la riduzione dei tassi di interesse pare solo all’inizio. L’asset obbligazionario è certamente direttamente interconnesso al taglio dei tassi, con non poche opportunità, almeno sulla carta.

Quindi basta buttarsi a mani basse nell’acquisto di obbligazioni? Ancora una volta occorre approfondire e la parola chiave torna ad essere: “selettività”.

Nel mercato obbligazionario è fondamentale conoscere bene i rischi legati a chi queste obbligazioni le emette. Le obbligazioni infatti, non sono altro che quote di debito e dunque indagare su come questo debito possa essere sostenibile nel tempo risulta strategico per l’investitore.

Le agenzie di rating ci vengono in aiuto, classificando emittenti ed emissioni lungo una scala di valori che va dalla “tripla A”, valore che rappresenta il massimo grado di solvibilità, a valori che identificano uno stato default “D”.

Conoscere il rating dell’emittente dunque è certamente un’informazione fondamentale, tuttavia non sufficiente. Nella storia non mancano casi di emittenti, almeno sulla carta giudicati solidi, che poi nella realtà hanno dovuto gestire un default o una rinegoziazione del debito. Recenti dati sul debito pubblico francese, ritenuto tra i più solidi fino a questo momento, potrebbero fare riflettere nel futuro.

Sono molte le valutazioni che debbono essere prese in considerazione nell’analisi di quali obbligazioni inserire in portafoglio, anche in un momento apparentemente favorevole come quello attuale, dove la politica monetaria si presta ad essere più accomodante. Occorre seguire un approccio professionale e rigoroso al fine di evitare di rincorrere il mero maggior rendimento senza comprendere appieno i rischi intrinsechi. A buon investitore…poche parole.

IL 70% DEGLI INVESTITORI E’ ALL’OSCURO DEI COSTI !!!

Questo è quanto emerge da una ricerca pubblicata da Il Sole 24 Ore.

Occorre comprendere che alti costi occulti non implicano soltanto poca chiarezza ma portafogli meno efficienti. In che senso?

A parità di rendimento atteso occorre accettare un rischio più elevato o, se preferite, a parità di rischio ci si deve accontentare di ritorni più contenuti.

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TASSI DI INTERESSE…A CHE PUNTO SIAMO?

I tassi scendono…scenderanno…no forse no…e se si alzassero ancora?

Quella della dinamica dei tassi di interesse è ormai la tematica determinante nelle pianificazioni aziendali e di investimento dei patrimoni. Se a fine 2023 le aspettative di riduzione dei tassi erano maggiormente robuste, sia in termini di tempistiche che di numero di tagli, certamente oggi le cose risultano mutate.

Storicamente la politica monetaria europea segue quella americana, ma questa volta potrebbe essere differente. In che senso? Nel senso che la strada seguita dalla BCE potrebbe essere differente da quella della FED. Se in America le aspettative di taglio dei tassi si sono notevolmente raffreddate e ad oggi ci aspetta un taglio non prima di novembre, in Europa le cose sono diverse e l’inizio del percorso di decrescita potrebbe cominciare già a giugno o settembre.

Quindi questa volta la BCE si smarcherebbe rispetto alla FED, di fatto anticipando la fase di taglio dei tassi. Questo sostanzialmente perché l’economia europea si dimostra meno solida di quella americana e dunque più desiderosa di una politica monetaria più accomodante per sostenere maggiormente la crescita. Anche il mercato del lavoro sosterrebbe tale impostazione: appare più robusto e dinamico negli USA.

Quindi dobbiamo aspettarsi una discesa dei tassi in Europa completamente scollegata da quello che accadrà in America? Purtroppo non è possibile, anche perché la dinamica dei tassi di interesse impatta notevolmente sui tassi di cambio che, per così dire, fungono da bilanciere.

Minori aspettative di taglio dei tassi americani si riflettono inevitabilmente su minori spazi di manovra anche per la BCE. Questo per il semplice fatto che se l’Europa tagliasse massicciamente i tassi di interesse, specie rispetto alla politica monetaria americana, questo naturalmente genererebbe un apprezzamento del dollaro rispetto all’euro. In altre parole l’euro di svaluterebbe in termini relativi. Ancora, tassi di interesse più appetibili in America genererebbero uno spostamento di capitali verso il mercato obbligazionario americano, innescando un aumento dei prezzi e dunque, in ottica prospettica, una spinta alla riduzione degli stessi tassi americani. Le Banche centrali dunque si ritrovano alla ricerca di un delicato equilibrio tra crescita, controllo dell’inflazione e rapporti di cambio certamente non facile da governare.

In questo scenario complicato l’unica strada possibile resta pianificare al meglio non per ridurre l’aleatorietà dei mercati ma certamente per prepararsi al meglio a governare variabili non semplicemente prevedibili.

FAMILY STRATEGY: PERCHE’ E’ FONDAMENTALE PER INVESTIRE

In tanti articoli abbiamo condiviso come prevedere i mercati sia quanto meno presuntuoso e come quindi un’attenta pianificazione strategica sia la vera chiave per guidare i propri investimenti nel mare tempestoso del mercato.

Pianificare significa assicurarsi di effettuare scelte non soltanto compatibili con il proprio profilo di rischio e il proprio orizzonte temporale ma anche e soprattutto, con i propri obiettivi di vita.

Proprio a questo punto si apre un tema estremamente delicato che in ormai 20 anni di esperienza ho compreso non essere ancora interiorizzato a pieno dagli investitori e a volte anche dagli stessi addetti ai lavori…

La creazione di un processo di investimento è fondamentale per cercare di governare al meglio tutte le variabili in campo; questo tuttavia risulta completamente inutile se non è coerente con i propri obiettivi finanziari. Definire con precisione i propri obiettivi finanziari non è affatto semplice e nel tentativo di farlo si arriva sempre a parlare di obiettivi non soltanto personali ma a ben vedere della famiglia nella sua interezza.

Scelte patrimoniali di per se efficienti potrebbero infatti nel lungo periodo rivelarsi disfunzionali se analizzate in un quadro più ampio.

Occorre quindi allargare il perimetro e ricondurre il patrimonio nella sua interezza ad un concetto di fungibilità agli obiettivi di tutto il nucleo famigliare.

Ogni singolo asset del patrimonio, dalla finanza agli immobili passando per eventuali partecipazioni societarie, deve essere rivalutato in ottica di coerenza con i desiderata di tutte le parti coinvolte, non soltanto degli apportatori di reddito.

Solo così il patrimonio potrà essere concepito come un mezzo e non come fine asettico; uno strumento al servizio dei bisogni dell’intero nucleo garantendo quindi una pianificazione non soltanto efficiente e resiliente al mercato ma a ben vedere infragenerazionale.